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Figli del Nord di Ormhaxan

Introduzione:

Scandinavia, IX secolo. Nella società norrena, molti sono quelli che desiderano il potere, ma pochi sono quelli che lo detengono: Ragnar Loðbrók è il sovrano più rispettato e temuto di tutti e i suoi figli, vichinghi forgiati da numerose battaglie, sono pronti a prendere il suo posto, disposti a tutto pur di salvaguardare il loro onore e il proprio nome.
In una storia che narra di vendetta, di morte, ma anche di amore, si intrecceranno le vite di Sigurd Ragnarsson, Occhio di Serpente, e di Heluna, principessa di Northumbria, figlia dell'uomo che, più di ogni altro, ha osato sfidare l'ira dei giovani vichinghi.
Dal Prologo: "Vedo il serpente strisciare nella tana del cinghiale e la sua prole dilaniarlo, vendicando il proprio nome; vedo un’aquila ricoperta di sangue sorvolare i cieli oltre il mare, un giovane serpente venire addomesticato da una principessa dagli occhi tristi e i Figli del Nord prosperare per mille anni."


Categoria: Originali > Storico

Risalire il fiume fu facile, le sue acque si dimostrarono clementi, placide sotto il tocco dei remi delle navi lunghe che ne risalivano il corso.
Erano arrivate nella terra degli angli e dei sassoni da settiman, alcune più danneggiate di altre, tutte rimesse in sesto in pochi giorni: le vele erano state quasi interamente ricucite, le falle nella struttura lignea erano state risanate con delle grezze assi di legno ricavate da alcuni alberi abbattuti con il consenso del debole sovrano dell’Est Anglia, le ceste riempite nuovamente con cibo e bevande.
Nessuno li aveva disturbati sul confine a sud, quello che divideva i territori della Northumbria della Mercia, ma movimenti sospetti erano stati intercettati a nord, nelle terre invernali che conducevano alla città conosciuta anche come Eoferwic.
Ælle aveva mandato scaltri esploratori all’avanscoperta; voci erano giunte alle sue orecchie sull’arrivo inaspettato dei vichinghi, circa i figli di Ragnar Loðbrók in cerca di vendetta.
Andarono avanti finché il fiume lo permise, silenziosi come dei giunchi trasportati dalla corrente: trovato un attracco ideale, le navi vennero ancorate placidamente vicino alla costa, permettendo agli uomini di Sigurd e dei suoi fratelli di raggiungere quest’ultima con delle scialuppe più piccole.
Una manciata di uomini fu mandata a perlustrare la zona, nella ricerca di cibo e di villaggi, di un posto sicuro in cui accamparsi durante i giorni successivi: non erano molto distanti da York, meno di ottocento miglia dividevano la città fortificata e l’esercito venuto dai fiordi, e con un po’ di fortuna avrebbero accerchiato le sue mura entro due settimane.


“Ælle non ci farà così temerari,  - disse quella sera Bjorn ai suoi fratelli, mentre sbocconcellavano pigramente del pesce sotto sale attorno a un fuoco e pensavano ad una strategia – non penserà mai a una presa della città da parte nostra e porterà i suoi uomini in campo aperto. Dopo tutto, nostro padre lo ha sempre attaccato sul terreno, mentre noi lo taglieremo fuori dalla sua stessa dimora e lasceremo il suo esercito a morire di fame.”

“Stai proponendo una distruzioni dei campi e dei villaggi?” chiese Gorm, anche lui partecipe di quella discussione in quanto comandante di tre drakkar1, amico fidato dei principi svedesi.

“Solo alcuni di noi lo faranno. Ci divideremo: una parte dell'esercito espugnerà la città di York e l’altra si occuperà di bruciare i campi e tenere occupato il sovrano e i suoi nobili. – spiegò Bjorn – Io e Hvìtserk lo faremo, mentre tu e Sigurd prenderete la città, impossessandovi non solo delle sue mura ma anche del tesoro di Ælle, di tutto ciò che gli appartiene.”

“Non resisteranno molto con questo freddo, la prima neve è oramai prossima; moriranno di fame o assiderati nelle fredde ore della notte. – concordò Sigurd – Dovranno ripiegare verso ovest o arrendersi, comunque vada ci daranno campo libero per saldare la nostra presa fino alla primavera.”

“Ed è proprio per questo che non ucciderete i cittadini di York! – esclamo Bjorn stupendo tutti – La nostra furia è famosa in queste terre, ma se ci dimostreremo magnanimi e risparmieremo le loro vite, dando così loro la possibilità di mantenere le loro umili case e le poche cose che possiedono, allora li avremo in pugno e, cosa più importante, avremo braccia forti da utilizzare quando lo scontro decisivo con Ælle arriverà.”

“Vuoi che insegniamo loro a combattere?” chiese sbigottito Gorm.

“Perché no? – Bjorn scrollò le spalle – Ci serviranno altri uomini, quindi arruolatene il più possibile, prendete anche le donne se lo vorranno. Insegnate loro a utilizzare una spada, uno scudo, una lancia, ma prima assicuratevi di conquistare la loro fiducia.”

“Cosa ne facciamo dei nobili? – chiese ancora Sigurd – Ælle lascerà qualcuno a difendere la città, nobili e preti, i suoi figli.”

“Ælle ha solo una figlia, di cui ignoro il nome. – lo corresse Hvìtserk – Non ci importa di loro, uccideteli o fate loro degli schiavi, poco importa. Potreste rendere la dolce principessa una donna di piacere, o un ostaggio, o entrambe.”

Hvìtserk guardò Bjorn e i due sogghignarono; Sigurd, al contrario, rimase serio e aggrottò la fronte: qualcosa nelle parole del fratello maggiore lo avevano turbato, lui che non era estraneo alla violenza in battaglia, che aveva razziato e ucciso gente innocente di ogni sesso e religione.
Eppure, quella volta, qualcosa nel tono della voce di Hvìtserk lo infastidì: non seppe dire cosa fosse, a dire il vero non ci diede più di tanto peso e ben presto tornò a discutere di piani d’attacco con gli altri tre e fare stupide battute insieme a Gorm.
Quella notte, alcune ore più tardi, sognò nuovamente gli occhi della ragazza senza volto.




 

**


Osberth arrivò a York con il suo seguito di nobili e il suo esercito tre giorni dopo, pronto ad attaccare i comuni nemici, a suggellare il patto con Ælle e riunire il regno con un matrimonio.
Heluna avrebbe potuto essere sua figlia, si ritrovò a pensare l'uomo quando incontro la figlia del suo vecchio nemico per la prima volta, aveva solo due anni in meno della maggiore delle sue, ma la sua bellezza era rara come un fiore in inverno. Tutti in città erano affascinati da lei, dalla sua compostezza e dalla sua regalità e il vecchio sovrano deposto non fu un’eccezione.
Benché nelle sue vene scorresse il sangue dell’uomo che più aveva odiato in tutta la sua vita, si ripromise di non essere crudele con quella fragile e innocente creatura che non aveva colpe per i soprusi commessi dal padre, di rendere gli anni che avrebbero trascorso insieme il più possibile piacevoli per entrambi.
Tutto ciò che bisognava fare era sposarsi e procreare un erede maschio in salute: una volta adempiuti questi compiti la loro vita sarebbe tornata alla normalità, loro due dei semplici estranei, non più legati da vincoli fisici e carnali.

“Principessa, è un onore per me conoscervi, avere il privilegio che molti hanno tentato invano di avere: essere la mia futura sposa.”

Heluna si sforzò di sorridere, seduta immobile come una statua di marmo sullo scranno che, per decenni, era stato occupato da sua madre, sebbene nel suo cuore si sentisse affranta e immensamente triste. Osservò impassibile l'uomo un tempo re baciarle la piccola mano con labbra screpolate dal freddo e con garbo rispose: “Lo stesso vale per me, Mio Signore.”
Suo padre era stato irremovibile, quando lei aveva cercato nuovamente di supplicarlo a cambiare idea era incorsa nelle sue ire, si era ritrovata scaraventata a terra dolorante e mortificata.
Il suo destino era segnato, niente e nessuno lo avrebbe cambiato: sconfitta nell’animo, recitò alla perfezione la parte che le era stato chiesto di imparare e per tutto il giorno cercò di apparire felice, di mangiare quello che le veniva servito, ballare insieme al suo futuro sposo e a tutti coloro che le chiedevano un ballo.

Che si prendano pure la vita di mio padre e la mia, si ritrovò a pensare in un momento di sconforto, che i pagani si prendano tutto. Non mi importa, non mi importa, niente ha importanza davanti al futuro che attende questa mia vita infelice.


Sì rimangiò tutto l’istante dopo: Osberth, alla fine, non sembrava una persona malvagia e suo padre era sempre il suo sovrano e il suo signore. Tali pensieri non erano accettati, erano peccato, andavano contro tutto ciò che le era stato insegnato.

Era stata una figlia ingrata, pensò, aveva infranto uno dei dieci comandamenti, disonorato il padre e la madre, e per questo avrebbe pregato Dio e confessato i suoi peccati al prete nella speranza della loro infinita misericordia.


**

“Skjaldborg!2” urlarono all’unisono Sigurd e i suoi uomini nel cuore della buia notte, portando in alto gli scudi circolari per proteggersi dalle frecce scoccate da chissà dove tra gli alberi ammantati dalla coltre di bassa nebbia notturna.
Mentre a York si stava festeggiando il futuro matrimonio di Heluna e Osberth, un manipolo di uomini fedeli a quest’ultimo era stato mandato a sud per prendere di sorpresa i vichinghi e contrastare, seppur di poco, la loro avanzata.
Gli uomini si unirono in posizione difensiva, coprendosi gli uni con gli altri grazie al muro di scudi, avanzando spalla contro spalla e lentamente verso le frecce assassine.
Le prime file erano occupate dagli húskarlar, guerrieri al servizio dei propri lord e attendenti, mentre dietro i comandanti davano disposizioni su come procedere.
Sigurd era tra questi ultimi, impaziente di far scorrere sangue della Northumbria, di sentire ancora una volta il brivido che la battaglia infondeva.
I soldati erano pochi, la maggior parte arcieri poco esperti, uomini di evidente ceto sociale basso – contadini, forse anche schiavi, qualche esploratore – e non fu difficile per loro sconfiggerli: il muro di scudi fu resistente, anche se accerchiati riuscirono a caricare e farsi valere, colpire con le loro asce e le loro spade mulinate nell’aria.
I loro urli rimbombarono nella foresta deserta, il nome di Odino fu gridato a squarcia gola, i loro corpi mezzi nudi o coperti di pelle bollita iniziarono a colorarsi di sangue umano e piano piano i nemici iniziarono a cadere uno dopo l’altro.
Quando tutto fu concluso, e solo tre uomini furono lasciati andare affinché consegnassero lo sventurato messaggio ai loro signori, un urlo collettivo di gioia si alzò prepotente e la ferocia lasciò posto alle risate e alla gioia.

“Ben fatto, ragazzo. – disse Sigurd a uno dei suoi uomini – Visto, Gorm, non è stato poi così difficile? Abbiamo chiesto agli dei sangue e sangue abbiamo avuto.”

“Erano impreparati, vittime sacrificali, sconfiggerli è stato fin troppo facile. – il principe danese ripulì la sua spada e la rinfoderò – La prossima volta sarà più difficile, le perdite saranno maggiori, e sarà meglio per noi non farci cogliere nuovamente di sorpresa.”


“No, infatti, non lo sarà, ma noi vinceremo comunque. – Sigurd ghignò – L’aquila di sangue ha spiccato il volo, sento le sue grandi ali sbattere nei miei sogni, e presto vendetta sarà fatta: prenderemo York, questo debole regno, e uccideremo il suo sovrano.”

“Spero tu abbia ragione, amico mio.”

“Ho ragione! – esclamò sicuro – Gli dei ci sorridono, Gorm, sorridono a me e alla nostra causa: Odino mi ha dato la vista, i miei sogni non mentono, e presto anche tu riuscirai a vedere ciò che vedo io. La Northumbria è nostra, mio caro amico, e con essa tutti i suoi più preziosi tesori.

**


“E così, quando la guerra sarà finita e i miscredenti sconfitti, sposerete il nobile Osberth. – disse a fine serata una delle sue ancelle mentre le scioglieva la complessa acconciatura – I vostri figli saranno i sovrani di questa terra e voi diverrete madre di re, ricordata per sempre. Non ne siete contenta e fiera, Principessa?”

Judith era sempre stata una ragazza positiva, che vedeva il lato buono in tutto, ma spesso si dimostrava sciocca: lei, Heluna, sarebbe stata una pedina nei piani di suo padre e del suo promesso sposo, un accidente come un altro, nulla di più.
“Lui è vecchio, mi domando se sia ancora capace di concepire un erede, e temo che quando il giorno arriverà i nobili avranno da ridire sulla successione.”

“Siete preoccupata per la battaglia, Milady?” chiese Judith cambiando discorso.

“Ho paura per l’incolumità di mio padre, aye, e per il futuro del nostro paese. – rispose con calma – Ho paura che il nostro esercito non sia abbastanza forte; temo la furia dei barbari venuti dai fredi fiordi, la loro sete di vendetta nei confronti di mio padre e della sua progenie.”


“Non dovete temere per voi, Principessa, siete al sicuro nel castello. – tranquillizzò l’ancella, ignara dei piani dei vichinghi, di ciò che sarebbe accaduto nei prossimi giorni – I vichinghi non oseranno attaccarci dentro le mura, non sono abbastanza forti: si scontreranno con l’esercito di vostro padre sul campo di battaglia, questo è ciò che tutti dicono, in un luogo a miglia e miglia da qui.”


“Sì, hai ragione Judith. – Heluna si concesse un sorriso – Sono state due lunghe giornate queste, domani mattina all’alba ci sarà la partenza dell’esercito, e in quanto principessa sarò chiamata a salutare gli uomini: prepara il letto, dunque, e il mio migliore abito per domani.”


“Come la mia signora comanda. – Judith fece una riverenza – Buona notte, Milady.”

Quella notte sognò oscurità e caos, sangue e morte, nebulose figure urlanti: tutto era distrutto, ogni sua certezza, ogni luogo sicuro. Era sola, era impaurita, era prigioniera nella sua stessa dimora. Le urla aumentarono, divennero talmente forti da farle coprire le orecchie con le mani, chiudere gli occhi per non assistere al massacro.

E poi lo vide: il serpente stava strisciando nella sua camera, nel suo letto, infido e allo stesso tempo affascinante; era giunto da lontano per lei, la bramava, la desiderava.
Le sue spire si tramutarono in mani, erano ovunque sul suo corpo, la stringevano marchiandola a fuoco: la sua pelle bruciava, dalla sua gola non usciva alcun suono, neanche quando il serpente iniziò a sibilare al suo orecchio prima di chiudere possessivamente la bocca sulla sua.

Orm-ì-auga. – sussurrò il serpente, parole che non significavano nulla, che lei non comprendeva.Sei mia. Sei sempre stata mia, Heluna, principessa di Northumbria.”

Heluna si svegliò di soprassalto, madida di sudore, mentre fuori iniziava ad albeggiare: le urla erano cessate, il fuoco estinto, il serpente svanito.
Era sola nella sua stanza, sola come quando si era addormentata, eppure il suo cuore non la smetteva di martellare impazzito nel suo petto.

“Sei sempre stata mia.”
Le parole rimbombarono nella sua testa, le poteva ancora udire lontane, e sfiorandosi le labbra le sentì umide e leggermente gonfie, come se qualcuno l’avesse baciata per tutta la notte.

“Sei sempre stata mia. Sei mia.”


Era solo un sogno: quell’uomo-serpente non esisteva, era frutto della sua fantasia, dei suoi sogni più contorti.

Avrebbe sposato Osberth a guerra terminata, tutto il regno era stato informato della notizia, e il suo destino sarebbe stato quello di diventare sua moglie e dargli figli.

“E’ stato un sogno. – si disse ad alta voce, per calmarsi, auto convincersi – Non esiste un uomo del genere, non è mai esistito, mai esisterà. E’ stato un sogno, nulla di più.”


 

*




1. Drakkar: imbarcazione militare di forma allungata usata principalmente dai vichinghi  e dai sassoni.
2. Skjaldborg: nell’antica lingua scandinava significa letteralmente “muro di scudi” ovvero la tattica militare più diffusa in quel periodo non solo dai vichinghi ma anche dagli anglosassoni. 
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