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Figli del Nord di Ormhaxan

Introduzione:

Scandinavia, IX secolo. Nella società norrena, molti sono quelli che desiderano il potere, ma pochi sono quelli che lo detengono: Ragnar Loðbrók è il sovrano più rispettato e temuto di tutti e i suoi figli, vichinghi forgiati da numerose battaglie, sono pronti a prendere il suo posto, disposti a tutto pur di salvaguardare il loro onore e il proprio nome.
In una storia che narra di vendetta, di morte, ma anche di amore, si intrecceranno le vite di Sigurd Ragnarsson, Occhio di Serpente, e di Heluna, principessa di Northumbria, figlia dell'uomo che, più di ogni altro, ha osato sfidare l'ira dei giovani vichinghi.
Dal Prologo: "Vedo il serpente strisciare nella tana del cinghiale e la sua prole dilaniarlo, vendicando il proprio nome; vedo un’aquila ricoperta di sangue sorvolare i cieli oltre il mare, un giovane serpente venire addomesticato da una principessa dagli occhi tristi e i Figli del Nord prosperare per mille anni."


Categoria: Originali > Storico

 

 

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"The young pigs would squeal
if they knew the state of the boar;
of the injury done to me
."*

Ragnarssona þáttr, XV.

 



Lo trovò seduto in riva al mare, a fissare le onde e ammirare il sorgere del sole, immerso nei suoi pensieri.        
Non aveva trovato riposo quella notte, in nessuna delle notti che avevano seguito la partenza del suo sposo, terrorizzata dalle visioni notturne e dalle profezie del Veggente.
Il sole del primo mattino le accarezzò il viso, i suoi pallidi raggi chiari le illuminarono i lunghi capelli sciolti, dando loro una parvenza d’oro, rendendola bellissima come il primo giorno in cui era arrivata al fianco di Ragnar e aveva preso posto accanto a lui come sua diletta moglie.
“Il serpente è tornato a strisciare nei tuoi sogni. – disse solenne, in un’affermazione dalle sfumature funeste, catturando l’attenzione del minore dei suoi figli – E’ anche nei miei.”
Sigurd era il più giovane dei suoi figli maschi, quello a cui era più affezionata, poiché suo era il nome che un tempo era stato di suo padre, leggendario guerriero del Sud; la sua nascita era stata profetizzata, così come il marchio dell’uroboro che giaceva nel suo occhio, e tra tutti i figli di Ragnar Loðbrók1 era il solo ad aver ereditato il dono della preveggenza. 
“Madre… - Sigurd si alzò dal suo giaciglio di sabbia bagnata – Come fate a sapere?”
Aslaug sorrise: “So molte cose, Ragnarsson, conosco il tuo dono dal momento in cui ti ho messo al mondo. – rispose – Tuo è il marchio del serpente che io ho profetizzato a tuo padre quando tornò dalla corte del Re Eystein2 con la promessa della mano di sua figlia, deciso a ripudiarmi per una fanciulla molto più giovane di me; tuo il marchio della gloria e della grandezza.
Il sangue del leggendario Sigurd scorre nelle tue vene tanto quanto nelle mie e attraverso la sua discendenza anche quello profetico del drago Fafnir3. Conosco ciò che ti affligge e ti sta lentamente consumando.”          
“Il Veggente mi ha profetizzato la morte del cinghiale per mano del serpente, - confessò con un filo di voce – ha parlato di un’’aquila di sangue che sorvola i mari in cerca di vendetta e ho il terrore di essere io quel serpente.”     
“Cos’altro ti ha detto il Veggente?”
La fronte del giovane vichingo si aggrottò e i suoi occhi si velarono di un'ombra nefasta: “Mi ha parlato di una principessa e un serpente, profetizzato la gloria dei figli del Nord, ma nessuna delle sue parole ha per me senso.”    
“Tutto avrà senso a suo tempo, vedrai. – rassicurò – Noi siamo esseri mortali, non è nostro compito scrivere il destino, tantomeno impedire ciò che deve essere: non avvelenare dunque il tuo spirito e festeggia insieme ai tuoi fratelli le vostre vittorie.”         

Un corno risuonò lontano, un suono lungo e duraturo totalmente diverso da quelli che si udivano in battaglia, e pochi istanti dopo una nave lunga fece capolino all’orizzonte dipinto con le sfumature calde del mattino: stendardi sventolarono nella brezza mattutina, scudi dai mille colori decoravano i fianchi ricurvi e un vociare allegro arrivò presto alle orecchie di Sigurd e sua madre.          
Gorm!” esclamò il giovane, euforico, riconoscendo immediatamente lo stemma ricamato minuziosamente sul vessillo che garriva sull’albero maestro, lo stesso che durante molte battaglie aveva fiancheggiato il suo. 
Gorm Hinn Riki4  era il figlio ed erede di Knut, uno dei re di Danimarca, alleato – nonché compagno di razzie – di Ragnar Loðbrók; sin dall’infanzia, il principe dello Jutland e Sigurd erano divenuti ottimi amici, avevano condiviso il cibo e un giaciglio sopra la testa, imparato le nobili arti della spada e della politica.5  
Con il suo aiuto e quello di molti altri, i figli di Ragnar erano riusciti a vendicare la morte dei loro fratelli maggiori, a conquistare tanto importante quanto vittoria e per questo avrebbero festeggiato insieme con abbondanti banchetti e fiumi di birra dal biondo malto. 

“Sigurd! – il vichingo dalla fluente chioma rossa scavalcò con agilità il fianco della nave lunga e i due amici si salutarono con una reciproca pacca sulla spalla – E’ bello rivederti, amico mio, questa volta non per portare vendetta ma per festeggiare insieme.”         
Gorm si guardò intorno, ammirando dopo tanto tempo quella che era stata per quasi dieci anni la sua casa, il luogo in cui era divenuto un principe degno di quel nome, e con un lieve sorriso dipinto sulle labbra sottili sentì di aver ritrovato quella parte di se che aveva lasciato su quelle placide sponde del mare.       
“Sei in anticipo. Ti aspettavamo tutti domani, ma non per questo sei meno il benvenuto. – confessò Sigur mentre, fianco a fianco, si incamminavano verso la lignea e imponente dimora che troneggiava sugli altri edifici – Bjorn e gli altri miei fratelli sono nella sala grande e come me saranno più che felici di rivederti, di bere e banchettare nuovamente riuniti attorno al grande fuoco. Vieni, andiamo da loro, così da disporre immediatamente ordini per un suntuoso banchetto e celebrare il tuo ritorno nella terra che, per tanti anni, è stata la tua casa.”




 

**



Nel grande salone della dimora vichinga riecheggiavano canti e voci allegre: Ivar, il maggiore di figli di Ragnar, sedeva sullo scranno che era di suo padre; poco lontano, Bjorn stava incidendo l’impugnatura lignea di una lancia e conversava tranquillamente con uno dei commensali, mentre Sigurd e Hvìtserk erano impegnati in un’avvincente partita di Hnefatafl6.
Quella appena trascorsa era stata una giornata festosa, ricca di musica, danze, buon cibo e corni straripanti di idromele e birra; tutti erano euforici, felici di essersi ricongiunti con il loro vecchio amico, il loro fratello di scudo, con il quale avevano ricordato vecchi aneddoti legati alla loro infanzia, giorni trascorsi nella spensieratezza tipica dei giovani.  
Persino
Þyri, sorella minore dei quattro e unica figlia di Ragnar e Aslaug, si era aggiunta ai festeggiamenti, attirando immediatamente l’attenzione dei presenti. Nessuno escluso.
Quando, solenne, aveva fatto il suo ingresso al fianco di sua madre, bellissima come una mattina di Primavera, la sala era piombata nel silenzio più totale; gli occhi erano stati tutti per lei, principessa norrena in età da marito, rara bellezza da tutti desiderata, ambita, ma da nessuno ancora conquistata.     
Molti inverni erano trascorsi dall’ultima volta in cui Gorm l’aveva vista, allora piccola e curiosa, sempre vogliosa di scoprire qualcosa di nuovo, sempre tra i piedi; all’epoca lui stava per diventare un uomo e lei era una bambinetta che desiderata diventare una moglie di lancia, somigliare alla madre di sua madre, la valchiria Brunhilde. Quando Gorm l’aveva rivista, però, nulla in lei sembrava essere rimasto di quella bambina, una bambina che aveva lasciato il posto a una donna fatta e finita. Eppure, qualcosa nel suo sguardo color zaffiro apparentemente distaccato ricordò al principe danese forza, una forma di orgoglio che raramente aveva visto in una donna.
— Una bellezza — aveva pensato Gorm quando, senza degnarlo di uno sguardo, Þyri gli era passata accanto — Þyri è diventata una bellezza rara, da molti desiderata. —  
Una bellezza rara, certo, ma che, si ripromise il principe, solo lui avrebbe conquistato, facendo valere e mantenendo la promessa fatta, anni prima, dai loro padri.       

La placida quiete aveva continuato ad ammantare gli animi dei vichinghi ancora per molto e, ammaliato, Gorm si godette quei fugaci istanti pensando che, mai prima, un silenzio era stato così incantevole.        

Ben presto la consueta euforia dei banchetti ritornò prepotente a riecheggiare nell’aria, tra una portata e l’altra di ottimo cibo cucinato per l’occasione, accompagnata da fiumi di birra chiara e gustoso idromele. 
Tale era stato il giubilo di quella festa  che nessuno di loro aveva notato la nave straniera che, silenziosa, si era avvicinata alla riva dell’insenatura naturale circondata dai monti; persino i soldati con i loro elmi e i loro corpi dalla bassa statura ricoperti dalle cotte di maglia di ferro erano passati inizialmente inosservati. I guerrieri, giunti in Scandinavia dall'Anglia dopo settimane di difficile navigazione, si fecero strada attraverso la sala con passo solo all’apparenza sicuro, raggiungendo la piattaforma su cui, intento a sorseggiare dell'idromele, era comodamente seduto Ivar Ragnarsson, al quale si rivolsero con rispetto e malcelato timore:    
“Mio signore Ivar!” i due uomini accennarono un inchino impacciato, adesso nervosi a causa dei tanti sguardi ostili che, quasi contemporaneamente, si erano posati su di loro.                  
Il vichingo li osservò con i suoi occhi freddi come il mare di Kattegat, riconoscendo immediatamente nei loro costumi e nel loro accento la loro provenienza e con voce incolore domandò da dove venissero e quali notizie portavano dalla Britannia.
“Veniamo dalla Northumbria, Milord. Siamo emissari del Re Ælle. – rispose uno dei due – Il nostro Signore ci ha mandato fin qui con notizie riguardanti vostro padre, Ragnar Loðbrók.”
“Parlate, dunque!” esortò con apprensione Ivar, scambiandosi uno sguardo fugace con suo fratello Bjorn, il quale ancora stringeva tra le mani la lancia.    
“Milord, vostro padre è giunto sulle nostre coste tre mesi fa, dopo che le sue navi mercantili si sono arenate sulla spiaggia dopo una crudele tempesta; lui e i suoi uomini hanno radunato un piccolo esercito e ci hanno attaccato, così il nostro Signore ha chiamato a raccolta i vessilli e li ha affrontati, sconfiggendoli e catturando vostro padre vivo.”    
La cattura del padre non giunse come una sorpresa del tutto inaspettata per Ivar: suo padre Ragnar si era imbarcato in un viaggio folle, sprovvisto di un equipaggio abbastanza robusto e preparato per affrontare una traversata simile in quella fredda stagione; aveva intrapreso quel viaggio per dimostrare a sé stesso e, più di tutti, ai suoi figli di essere ancora il leggendario condottiero vichingo che era sempre stato, più valoroso e forte dei figli che, giorno dopo giorno, stavano diventando sempre più potenti e audaci di lui.  Inoltre, la Northumbria e i regni vicini erano governati da uomini spietati, sovrani che avevano giurato vendetta e mostrato il proprio odio nei confronto di quel pagano a cui gli dèi avevano sempre sorriso. Uomini che aspettavano da tempo un suo passo falso e che non avrebbero mostrato alcuna pietà.
“Non sapevamo chi lui fosse. - aggiunse poco dopo l’altro, timoroso – Gli anni lo avevano molto cambiato, mutato il suo viso e le sue fattezze, e solo dopo lo abbiamo compreso…”
Dopo? – Ivar inarcò un sopracciglio e strinse con forza il bracciolo dello scranno – Cosa è capitato a nostro padre? Parlate, prima che decida di tagliare le vostre lingue!”
“E’ morto, Milord, perito tra le spire dei serpenti.”          
Rispose in tutta fretta uno dei soldati, balbettando e sudando, terrorizzato dall’ira dei figli di Ragnar.
“Il nostro Signore lo ha torturato per farlo parlare, ma lui non ha proferito parola, almeno non prima che fosse tardi…”
“Solo allora il nostro signore ha capito, quando era troppo tardi e Ragnar è spirato a causa della morsa del serpente: immediatamente ci ha inviati qui da voi per recarvi il messaggio di pace, nella speranza che voi comprendiate che nessun male è stato recato intenzionalmente e perdoniate.”

Sigurd aveva lasciato cadere il suo pezzo di tafl non appena l'uomo aveva iniziato a raccontare la funesta sorte del padre, imitato da suo fratello maggiore; sfilata la daga che teneva in uno dei suoi stivali, aveva puntato il suo sguardo su Ivar, in attesa di un minimo segnale per scattare felino sul soldato e prendersi la sua vita.    
Dall'altra parte della sala, pervasa da un freddo silenzio, Bjorn si era alzato di scatto, troneggiando su coloro che gli stavano accanto in tutta la sua possanza, stringendo tra le mani la lancia con così tanta forza da lasciare su di essa l’ombra delle sue dita; quando il racconto terminò, la spezzò in due con una forza selvaggia, mostrando a tutti la rabbia mista a dolore.
Il fratello minore, d’altro canto, si accorse di aver affondato la lama nella sua stessa carne solo quando il sangue iniziò a scorrere sul suo gomito e gocciolare sulle sue braghe di pelle; avrebbe voluto sgozzare quei britannici con le sue stesse mani, rimandare le loro teste ad Ælle come risposta, eppure nulla di tutto questo accadde.       
Ivar non reagì, accogliendo la notizia passivamente e accogliendo senza scomporsi il messaggio di pace: dopo aver rifocillato gli sciagurati messaggeri, impedendo a chiunque di recar loro offesa, li invitò con garbo a ritornare quanto prima nella loro terra natia con parole di pace, mettendo a tacere le minacce di suo fratello taciturno fratello Hvìtserk, desideroso di vendetta.

Nella mente di Sigurd ritornarono le immagini dei suoi sogni, del cinghiale stritolato dai serpenti, e in quel momento tutto fu chiaro: il cinghiale era suo padre e il serpente incoronato non era lui stesso, come aveva temuto, ma il Re Aelle di Northumbria.    
Le parole del Veggente si erano dimostrate ancora una volta vere, così come quelle di sua madre – non spettava a loro cambiare il destino, loro che erano umani, destinati alla morte – e per la prima volta nella sua vita si sentì impotente e rassegnato.  


“Li hai lasciati andare! – esclamò rabbioso Hvìtserk, quando gli uomini di Aelle furono andati via – Perché li hai lasciati andare? Non desideri vendetta, non vuoi anche tu vendicare nostro padre, la sua morte ingloriosa?”   
"Gli hanno negato la morte in battaglia, la morte che ha sempre cercato, quella degna di Odino e del Valhalla! – si aggiunse Bjorn – Ivar, io voglio vendetta!”          
“E vendetta avrai, fratello. – rispose calmo il maggiore – Ma a suo tempo: Aelle non deve sospettare un nostro attacco, dobbiamo prenderlo alla sprovvista, e quando il momento arriverà lo attaccheremo e distruggeremo lui e il suo esercito, pagando così il debito.”
“Quando, fratello, quando? – ruggì Sigurd – Non hai sentito quello che hanno detto, non nutri vendetta, non piangi per nostro padre?”
“Ragnar è stato sciocco, è salpato per questa missione impreparato, con delle navi non adatte: tre knarr, ecco il numero della sua flotta, tre navi mercantili inadatte alla guerra. – rimembrò Ivar – E’ morto per la sua invidia, per la sua gelosia nei nostri confronti, per la sua cocciutaggine. Piangerlo? Sì, certo, ma non rischierò i miei uomini e le mie navi per vendicare uno sciocco.”        
“Radunate i vostri vessilli, se è questo che volete, – proseguì – chiedete ai vostri uomini e agli alleati di nostro padre di veleggiare e brandire le asce al vostro seguito, ma non a me. Le mie navi non parteciperanno alla vostra spedizione folle: dopo tutto, ho dato la mia parola agli uomini di Aelle, e quindi ad Aelle stesso, che non avrei cercato vendetta. – un sorriso scaltro e sornione apparve sul viso di Ivar – Ma non ho mai detto che i miei fratelli non l’avrebbero cercata.”

Una nuova luce comparve negli occhi di Hvìtserk e di Bjorn, ma non in quelli di Sigurd, il quale lanciò bruscamente quella stessa daga con cui si era ferito una mano contro una delle travi in legno, mostrando ai suoi fratelli maggiori il suo disappunto, uscendo furente dalla dimora che era stata di suo padre seguito dal suo migliore amico, Gorm.       
“Lascialo andare! – esclamò piccato Ivar a Hvìtserk, quando quest’ultimo cercò di inseguirlo – Nostro fratello è ancora giovane, il suo legame con nostro padre era forte. Ha bisogno di tempo per accettare la situazione.    
Gorm lo aiuterà, come sempre e quando la rabbia sarà scemata comprenderà la mia decisione.”
“E se non dovesse farlo?” chiese con una punta di preoccupazione Bjorn.
“Lo farà, fratello, vedrai che lo farà. – rispose sicuro – Ma adesso basta parlare del nostro fratellino: preparate le navi per Uppsala, fatelo nel minor tempo possibile e senza dare nell’occhio. Se davvero vogliamo vendicare nostro padre ci servirà l’appoggio degli Dèi, di tutti gli dèi, e quale posto migliore se non il Grande Tempio di Uppsala per far si che questo avvenga?”


 


*






*
I giovani cuccioli urlerebbero [di dolore] se sapessero la condizione del cinghiale; o dei torti che mi sono stati fatti. 



1: Loðbrók: letteralmente signidica calzoni villosi.
2: Re Eystein fu uno dei re di Svezia, precisamente a Uppsala, amico e alleato di Ragnar, a cui cercò di dare in moglie sua figlia.
3: Le vicende di Sigurd, conosciuto meglio come Sigfrido, e del drago Fafnir, sono narrate nella celebre opere tedesca "Canto dei Niebelunghi" e nell'opera norrena "Völsunga saga", a cui si ispira Wagner nell'Anello del Nibeluno, dramma musicale diviso in quattro parti.
4: Hinn Riki, aggettivo spesso dato ai condottieri nordici, letteralmente significa "Il Possente".
5: Secondo da Saga di Olaf Trygvason, Gorm Knutsson e Sigurd, Occhio di Serpente, erano molto amici.
6: Hnefatafl: gioco da tavolo antico, diffuso specialmente nell'europa del nord, e simile ai moderni scacchi.

 

Note finali:

Salve, gente! Questo capitolo, rispetto alla versione originale già pubblicata in altra sede, è stato rivisto e modificato. Ampliato anche, così che risulti in parte nuovo a chi potrebbe già averlo letto.
Questa è una storia che significa molto per me, a cui sto dedicanto tutto e, credetemi, ci sto mettendo tutta me stessa per scriverla nel modo più dignitoso possibile.
Spero, dunque, che vi stia piacando.

Alla prossima,
V.

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