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Figli del Nord di Ormhaxan

Introduzione:

Scandinavia, IX secolo. Nella società norrena, molti sono quelli che desiderano il potere, ma pochi sono quelli che lo detengono: Ragnar Loðbrók è il sovrano più rispettato e temuto di tutti e i suoi figli, vichinghi forgiati da numerose battaglie, sono pronti a prendere il suo posto, disposti a tutto pur di salvaguardare il loro onore e il proprio nome.
In una storia che narra di vendetta, di morte, ma anche di amore, si intrecceranno le vite di Sigurd Ragnarsson, Occhio di Serpente, e di Heluna, principessa di Northumbria, figlia dell'uomo che, più di ogni altro, ha osato sfidare l'ira dei giovani vichinghi.
Dal Prologo: "Vedo il serpente strisciare nella tana del cinghiale e la sua prole dilaniarlo, vendicando il proprio nome; vedo un’aquila ricoperta di sangue sorvolare i cieli oltre il mare, un giovane serpente venire addomesticato da una principessa dagli occhi tristi e i Figli del Nord prosperare per mille anni."


Categoria: Originali > Storico

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Disclaimer: La storia che state per leggere è di proprietà della rispettiva autrice, non vuole avere alcuno scopo di lucro, e ha come fonti principali i seguenti testi: The Tale of Ragnar’s Sons, © Peter Tunstall, 2005; Ragnars Saga Loðbrokar, tradottuzione di © Chris Van Dyke; The Jomsviking's Saga, traduzione di © N.F. Blake, 1962.

Licenza Creative Commons
Figli del Nord è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale

 

 

 

AD 865, Scandinavia

 

 

 

 

I serpenti tornarono a strisciare nella sua mente quella notte. Al di fuori della dimora vichinga il bosco era silenzioso, il cielo privo di nubi, e solo il verso lontano dell’allocco cacciatore disturbava la tranquillità del villaggio.
Sigurd si muoveva irrequieto nel suo giaciglio di paglia, spostando le pesanti pellicce di lupo e orso dal suo corpo slanciato, mentre poco distante il grande focolare continuava a bruciare al centro della stanza fatta di pietra, argilla e legno di quercia secolare.
I serpenti tornarono nuovamente quella notte, tormento dei suoi sogni, presagio di sciagura e di morte; ombre si mossero attorno a lui, dentro di lui, mentre il serpente incoronato stringeva sempre più forte le sue spire attorno al cinghiale che un tempo era stato il terrore dei boschi e di quello stesso serpente che lentamente lo stava soffocando.

Aprì di scatto gli occhi, madido di sudore e ansimante, scostando quello che rimaneva delle coperte dal suo corpo, osservando con occhi pallidi come le nebbie d’autunno la penombra della dimora in cui era nato e cresciuto.
Rabbrividì percependo il vento entrare dalla grande porta lignea alla sua destra, gelida carezza dei fantasmi che un tempo avevano riempito quella stessa sala adesso vuota, bevuto alla tavola di suo padre, festeggiato vittorie oltre il mare: adesso quelli stessi fantasmi festeggiavano nelle grandi sale di Valhalla, insieme a Bragi1 e Odino, con le Valchirie condottiere.
E un giorno, non troppo lontano, anche lui avrebbe bevuto alla tavola di Odino insieme ai suoi defunti fratelli, Eric e Agnar2, per la cui morte aveva pianto e giurato vendetta.

Il cielo si stava schiarendo ad est, presto il sole sarebbe sorto, e il villaggio avrebbe ripreso nuova vita.
Per Sigurd il tempo del sonno e del riposo era passato, la sua mente era troppo lucida per riuscire a dormire nuovamente, e il sogno, che sogno poi non era, lo aveva turbato.
Non era la prima volta che sognava sogni premonitori: nel suo sangue, più che in quello dei suoi fratelli, scorreva il dono della preveggenza, lo stesso che era stato donato a sua madre Aslaug, la splendida dama figlia del leggendario eroe Sigurd e della sua moglie di lancia, Brunhilde; non era la prima volta che vagava silenzioso come un felino dei boschi tra le case di fango e pietra o si ritrovava, a ridosso dell'alba, a osservare le onde del mare infrangersi in un eterno andirivieni sul bagnasciuga della spiaggia, cullato da quel melodioso suono increspato che aveva imparato a conoscere e amare ancor prima di apprendere l'antica arte della spada.
Decise, seduto con le gambe strette attorno al petto nudo e segnato da cicatrici di guerra, di dover affrontare la verità di quel sogno e recarsi da colui che possedeva le risposte.


Il Veggente era nella sua capanna dal tetto semicircolare dal cui centro usciva del fumo grigiastro, il corpo scheletrico coperto da strati di pellicce, cieco come il primo giorno che lo aveva visto.
Suo padre era solito recarsi da lui prima di ogni battaglia, ascoltare i suoi oracoli, il futuro che era già stato scritto; Sigurd, invece, aveva evitato il Veggente e le sue predizioni, preferendo ad esse i suoi sogni e l’ignoto delle spedizioni oltre il freddo mare del nord, a ovest verso le terre degli Angli e dei Sassoni3.

“Entra dentro, Sigurd Ragnarsson4. Non temporeggiare. – lo invitò il vecchio con voce rauca ma solenne, percependo la sua presenza, muovendo lentamente le mani rugose e dalle lunghe dita ossute per sollecitarlo – L’ora è tarda e il serpente sta stringendo le sue spire.”
Gli occhi del Veggente erano pallidi come il riflesso della luna sul mare, potevano vedere ogni cosa senza vedere niente, e la sua mente era sempre lucida e pronta.

“Cosa sapete del serpente?” chiese il giovane vichingo, accovacciandosi, interessato e allo stesso modo preoccupato, accanto al modesto fuoco e prestando attenzione.

“Io so molte cose, Sigurd Orm-ì-auga5, cose che sono e che sono state, e anche cose che devono ancora accadere. – rispose semplicemente l’altro – So che tuo padre si è recato in Northumbria contro il mio volere, spinto dall’orgoglio ferito e dalla volontà di dimostrarsi migliore dei suoi figli, dei figli che sono diventati più grandi di lui.
Vedo il serpente strisciare nella tana del cinghiale, e la sua prole dilaniarlo, vendicando il proprio nome; vedo un’aquila ricoperta di sangue sorvolare i cieli oltre il mare, un giovane serpente venire addomesticato da una principessa dagli occhi tristi, e i figli del Nord prosperare per mille anni. Questo, Sigurd Ragnarsson, io vedo e molto altro ancora.”

Il Veggente gli porse il palmo della mano, senza attendere alcuna reazione del giovane condottiero, concludendo così la sua profezia.
Sigurd avrebbe voluto ribattere, chiedere spiegazioni, ma sapeva bene che altre parole non sarebbero state pronunciate in quella notte diventata oramai giorno: con rispetto leccò il palmo della mano del Veggente, assaporandone con disgusto il sapore di terra e spezie marce misto a quello della vecchiaia e della morte che stava sopraggiungendo, e si allontanò dalla capanna lasciando una scia di polvere dai colori dell’alba.



 

 

*






 

1: Nella mitologia norrea, Bragi era considerato il dio della poesia e consigliere di Odino nel Valhalla.
2: Figli maggiori di Ragnar e Þóra, sua prima moglie, morti nella battaglia contro Eysteinn Beli e poi vendicati dai fratelli minori e da Aslaug.
3: Angli e Sassoni: i primi governavano i regni di Mercia, della Anglia orientale e della Nothumbria; i secondi, invece, governavano i regni dell'Essex, del Sussex e del Wessex.
4: Ragnarsson, letteralmente figlio di Ragnar.
5: Orm-ì-auga, appellativo dato a Sigurd, letteralmente significa "Occhio di Serpente".

 

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